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IN EVIDENZA: Intervista – Dalla rivista Amadeus n. 292

marzo 15, 2014 |

rivista amadeusDalla rivista Amadeus n. 292 – Marzo 2014
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Spesso la musica nasce e cresce in famiglia: il papà violinista, la mamma cantante, lezioni di pianoforte dallo zio… La professione della musica si tramanda, anche se non proprio come lo studio di notaio o la ditta dei nonni. E anche quando due bambini, fratelli, cominciano la strada della musica, non è certo scontato che entrambi proseguano sulla strada del professionismo, tanto meno che diventino eccellenze nel proprio settore. E invece una storia eccezionale di questo tipo quella dei due fratelli Pieranunzi, Enrico e Gabriele, uno il pianista jazz italiano vivente più bravo (elencarne qui i motivi non è possibile) e di fama mondiale, l’altro primo violino al San Carlo di Napoli e solista d’eccezione. Grandi musicisti dunque, con una storia artistica profondamente diversa, sebbene comune nel tratto iniziale. Entrambi iniziano con lo studio classico dello strumento, poi uno si dà al jazz, l’altro continua sul tracciato “accademico”. Per anni i due fratelli che da bambini studiavano insieme non si sono parlati musicalmente, oggi si ritrovano e iniziano un dialogo musicale che dà dei risultati rigogliosi, in termini artistici e di pubblico.
A partire da un disco uscito l’estate scorsa e registrato dal vivo con la direzione di Jeffrey Tate al San Carlo di Napoli, in cui i due si esibiscono insieme interpretando musiche di Weill, Milhaud e Stravinskij, è scaturita una tournée dal titolo Rag, blues e altre storie che si arricchisce di date in continuazione. Dopo gli appuntamenti a Ravello lo scorso ottobre e a Roma in dicembre, ha preso il via in febbraio il tour che porterà i due fratelli in giro per l’Italia fino a questa estate (in marzo gli appuntamenti sono il 6 a Treviso e il 24 a Genova). Insieme a loro un terzo musicista, il clarinettista Alessandro Carbonare a mediare tra la sfrenata voglia di libertà del jazzista Enrico e il rigore del classico Gabriele, mentre il primo ritrova l’abitudine all’inchino e alle strette di mano con gli altri musicisti durante gli applausi e il secondo impara a staccare di tanto in tanto lo sguardo dallo spartito per cercare con gli occhi la sincronia con i compagni di palco. Il programma? Gershwin, Brubeck, Joplin, quella musica “classica” madre nobile del jazz, che -oggi che i confini vanno sfaldandosi – non appare neanche più come un genere musicale: «La divisione non ha quasi più ragione d’essere», afferma Gabriele, «e a volte poi si abusa di parole, come “contaminazione”, che non hanno senso. Bisognerebbe non fare più differenza tra i generi. Se fossimo andati a proporre questi brani anche solo 15 anni fa ci avrebbero “arrestato”. Oggi siamo invece quasi nell’ovvio. Anzi, i programmi che facciamo restano persino fin troppo classici». Anzi questo genere di cose non fanno altro che confermare che l’origine delle “musiche” sia inevitabilmente unitaria: «Il problema della definizione dei generi chi interessa?», si chiede Enrico. «Musicologi, musicisti o pubblico? Il jazz non è un genere musicale, ha grammatica, sintassi, pronuncia. Dalla prospettiva dei musicisti questa differenza già forse non c’è più, dal punto di vista del pubblico invece non c’è più di sicuro. Io sono uno di quelli che vede ancora le differenze, ma mescolo con consapevolezza, rispetto le diversità».

Qualcosa è certamente cambiato in questi anni, rispetto a quando nessuno avrebbe dato a due musicisti dall’esperienza così diversa la possibilità di esibirsi insieme. Sostiene Gabriele: «Io credo che il pubblico abbia cominciato a scarseggiare proprio nel momento in cui c’è stata una commistione di generi. Istituzioni storiche hanno iniziato a farle, e il pubblico si è perso proprio quando non ha più ricevuto un messaggio chiaro. La sorpresa può essere non accettata subito, ciò è dovuto anche a una mancanza di ricambio generazionale. Il paradosso è che oggi per recuperare il pubblico si cercano proprio le commistioni, almeno quelle più appetibili, perché ormai non c’è più alternativa. Il pubblico è cambiato e sarebbe impossibile tornare indietro. L’importante però è fare le cose bene». Enrico offre una prospettiva quasi sociologica: «La percezione del pubblico è certamente cambiata. Il pubblico si diverte davanti alle commistioni, una volta molti se ne sarebbero andati indignati. Io anni fa ero attentissimo a separare le due carriere, questo mescolare è una cosa recente. Sono i media che hanno cambiato tutto: l’esplosione di internet soprattutto ha modificato l’universo musicale in cui le separazioni non esistono più. I click su YouTube sembrano una cosa banale ma permettono di passare da una cosa all’altra velocemente, di cambiare linguaggi nel giro di pochi secondi. Chi cresce con internet è portato ad annullare le differenze. Bene o male che sia, si sta realizzando l’opposto di ciò che diceva Wilde: l’artista non se ne può fregare del pubblico. È il pubblico che costringe a modificare l’atteggiamento dell’artista; fa un po’ cadere il mito dell’artista che sta isolato per conto suo e aspetta che qualcuno vada a visitarlo».

Se per Gabriele il jazz è un’esperienza relativamente nuova, per Enrico la musica classica è un ritorno alle origini (di pochi anni fa è un bellissimo disco con le Sonate di Scarlatti alla cui rigorosa interpretazione faceva seguire una variazione improvvisata). «Ho iniziato», dice il pianista, «nello stesso giorno jazz e classica, cominciai a cinque anni a studiare il classico e poi a imitare i dischi jazz americani a orecchio. Non c’è stato un prima e un dopo, tutto è avvenuto insieme. Ho scoperto il funzionamento della musica in maniera orale. L’idea della superiorità della scrittura sull’oralità è folle. Ho iniziato a insegnare al Conservatorio pianoforte principale, quindi la classica è rimasta lì, la professione di pianista si è espressa con il jazz. Ma l’influenza della formazione classica resta molto forte nel tocco e nella tecnica. Dal punto di vista pubblico ho mantenuto più nascosto il classico. L’ho ripreso ufficialmente dal recente progetto su Scarlatti. È proprio grazie al pubblico che oggi posso suonare Bach con l’orchestra d’archi senza che nessuno abbia da dire qualcosa. Questa fase storica mi ha dato un’opportunità impossibile fino a qualche tempo fa». Gabriele, che suonava il violino accompagnato dal fratello Enrico al pianoforte invece è un puro violinista classico: «/ miei studi si sono diretti immediatamente verso la classica, è stato proprio mio fratello a indirizzarmi al violino. Per il jazz non avevo una predisposizione particolare, ma non è una cosa che ho escluso a priori. Tengo però a far capire che un musicista è tale se lo fa in maniera totale: musica per film o classici. L’equivoco a monte è che in Italia si pensa sempre di dover essere specializzati in una cosa sola per essere etichettati. La musica leggera la tengo distante per una predisposizione caratteriale: serve un’arroganza particolare per cambiare genere e immettersi in altre dimensioni, non è una questione estetica o ideologica, ma di carattere».

Gabriele ed Enrico Pieranunzi

Se Enrico è riuscito, quando suonano in trio, a portare il fratello verso il jazz, Gabriele recupera il repertorio classico con “songs”, il progetto in duo che ha avuto la prima data a Napoli il 27 febbraio scorso e che esplora la canzone a partire da Rossini, passando per Fauré, Schubert e altri, per giungere a musiche dello stesso Enrico. Sarà una reminiscenza, o semplicemente bravurama quando tornano a suonare insiemedopo aver vissuto vite diversissime i fratelli Pieranunzi mostrano il massimo della complicità. «Enrico mi ha accompagnato in tutta la fase della mia entrata nel mondo musicale», spiega Gabriele. «Poi ci siamo divisi per ragioni di mercato, lui ha preso la strada del jazz, io quella classica. Credo che suoniamo bene insieme solo perché siamo due professionisti, non c’è un’intesa particolare perché siamo fratelli. Abbiamo due caratteri completamente diversi. Essendoci ritrovati dopo tantissimi anni, ho riscontrato delle differenze proprio in base allo stile. Quello di noi classici è più analitico mentre loro si lasciano uno spazio di libertà che a noi disorienta. Noi fissiamo tutto a tavolino prima, loro lo fanno meno. E deve essere difficile affrontare la musica scritta, nonostante la formazione classica, dopo 40 anni di improvvisazione».

Dal canto suo Enrico, che ha suonato con i più grandi del pianeta (e che l’8 marzo presenta alla Tenuta dello Scompiglio, Lucca, ImproMozart, programma di improvvisazioni su Mozart, Scarlatti e Bach) non lascia nulla al caso: «Sono rigorosissimo quando lavoro: un pregiudizio da sfatare è che l’improvvisazione significhi approssimazione. Anzi, il fatto che tu abbia un tempo limitato per dire una cosa significa che ti devi impegnare a farlo nel miglior modo possibile, lo senza improvvisazione non avrei mai composto…
C’è una libertà di movimento che si possono permettere più i jazzisti e gli improvvisatori che i classici. Una specie di rivincita dell’improvvisazione, demonizzata in passato. I musicisti classici, nei Conservatori, sono stati privati di questa possibilità. Quando suono con Gabriele troviamo sempre la linea, ognuno porta il contributo dal suo mondo. Certo, davanti alla partitura lo studente sono io, ma quando c’è una trascrizione da un particolare pezzo, allora sono io a farlo sentire, non a farlo leggere. Abbiamo ripreso con uno scenario culturale completamente cambiato, per fortuna».

Da ascoltare

Enrico Pieranunzi ha inciso decine di dischi a partire dal­la metà degli anni 70. Molti quelli dal vivo: recenti sono Live atBirdland (2010) e Live atVillageVanguard (2013); e tanti con i grandi del jazz: Solitudes – con Lee Konitz (1988), Little girl blue – con Chet Baker, Enzo Pietropaoli e Fabrizio Sferra (1988), Special Encounter – con Charlie Ha incontrato la musica classica, Enrico Pieranunzi Plays Do­menico Scarlatti. Sonatas and Improvisations (2007), per esempio, o quella per il cinema (i due volumi Play Morricone). Tra le ultime incisioni di Gabriele Pieranunzi c’è Mendelssohn. Early chamber Works con Roberto Prosseda, Francesco Fiore e Gabriele Geminiani, che raccoglie i quartetti e i trii con pianoforte (nel 2006 per Amadeus fu fra gli interpreti dei Quartettiop.15eop.45 di Fauré). Il ed più ven­duto resta quello in cui suona musiche scritte da Morricone per il film Canone Inverso di RickyTognazzi.        f.cap.


Hanno detto di lui in concerto….

… La «Tzigane», cui P. regala una presenza protagonistica palpabile ed espressiva corroborata da lodevole disinvoltura sul versante tecnico, lascia il campo all’invenzione timbrica….

Stefano Valanzuolo, Il Mattino

… P. ha sfoderato tinte di suono e tensioni d’arco perfette per una virtuosistica e, sapientemente con lui, mai edonistica «Tzigane» di Ravel….

Paola De Simone, Il Corriere del Mezzogiorno

…Il racconto è del Trio G.P. (violino) – Alessandro Carbonare (clarinetto) – Enrico Pieranunzi (pianoforte) in un concerto che ha fatto la felicità dei numerosi turisti e verbanesi che, [… ] hanno mostrato di saper apprezzare, con scroscianti e lunghi applausi, l’impegno che i tre musicisti hanno profuso…

Gaetano Santangelo, Amadeus

…. G.P. è uno dei violinisti italiani di maggiore caratura….

Sara Moranduzzo, Il Piccolo

… Superba interpretazione [… ] dei tre esecutori, veri solisti di altissimo livello

www.laopinioncoruna.es

… Protagonista un eccellente trio, composto da G.P., violino, Shana Downes, violoncello e Maurizio Baglini, pianoforte. Qualità individuali di spicco e insieme ineccepibile per affiatamento e ricerca del suono. Tre letture, dunque, di notevole interesse per chiarezza espositiva e approfondimento espressivo [… ] il tortuoso Trio n.1 Elegiaco di Rachmaninov [… ] P., Downes e Baglini ne hanno lasciato una esecuzione di forte pathos [… ] Infine il magnifico Trio op. 97 di Beethoven [… ] che ha trovato nei tre artisti interpreti di rara intelligenza. Applausi calorosi.

Roberto Iovino, La Repubblica

… así como virtudes individuales muy llamativas, como la poco frecuente gama de intesidades expresivas del violinsta G.P. …

Juan Carlo Montero, La Nacion – Buenos Aires

… E nel celeberrimo «Concerto in mi minore per violino e orchestra» op. 64 [di Mendelssohn, Aldo Ceccato] ha affiancato con calibrata coordinazione di interventi e perfetta corrispondenza di intenzioni interpretative il bravissimo e sorprendente G.P.

Ben noto come uno dei più accreditati violinisti dell’ultima generazione, P. ha affrontato l’impegnativa e rilevante parte solistica riservatagli all’insegna di una eccellente autorevolezza tecnica e di un’intensa e brillantissima verve interpretativa, strappando ai presenti applausi prolungati.

Gianluigi Gonella, L’Eco di Bergamo

… Nella presentazione del concertoG.P. viene descritto come uno dei musicisti più promettenti d’Italia. La sua interpretazione lo ha dimostrato ed il fatto di averlo avuto presente ha rappresentato un colpo di fortuna per l’OSM (Orchestra Sinfonica di Malmö). In futuro, di sicuro, questo sarà più difficile, visto che non sarà una sorpresa se egli raggiungerà i livelli di star a livello mondiale, nel giro di cinque anni. La sua interpretazione nel concerto di Beethoven è stata musicalmente pura evidenziando un perfetta destrezza nel maneggiare lo strumento. Forse ha manifestato una lieve mancanza di forza nello slancio,ma è solo una nota marginale che va controbilanciata dall’ottimale interpretazione del movimento larghetto. È passato molto tempo dall’ultima volta in cui il pubblico di Malmö ha avuto l’occasione di ascoltare qualcosa di così perfetto.

Lars-Erik Larsson, Skånska Dagbladet

È giunta l’ora di dare il benvenuto a due aristocratici musicisti italiani. È la volta del direttore Gianandrea Noseda e di G.P., un violinista che ha cura, se non addirittura venerazione, del timbro del suo strumento settecentesco.

I numerosi acuti del Concerto per violino di Beethoven, ricevono, nonostante un veloce vibrato, un carattere cristallino, la melodia è strettamente collegata.

Non diventa per nulla monotono. [… ] ma quando il solista inizia con il suo violino un passaggio in chiave minore si estende una calma, una tranquillità che successivamente si approfondisce nella seconda parte. Ed è sicuramente questa atmosfera così profondamente intensiva che gli ascoltatori ricorderanno di questa interpretazione lirica di Beethoven…

Sydsvenska Dagbladet

G.P., the sweeted-toned violinist you could imagine, interpreted it [Paganini La Campanella] more like a highly decorated figurine than the sweaty warhorse some would have…

David Hart, The Birmingham Post

Il concerto di Paganini [La Campanella] quindi ha come dato uno scossone alla platea, per il turbine di colori e di accenti che caratterizzano questa pagina. Il violinista G.P. ha saputo conferire alla sua interpretazione una notevole fluidità, nello sciorinaretutto un repertorio di prodezze virtuosistiche: quasi non si percepisce la ‘fatica’ e il senso di ‘limite’, come spesso accade in molti violinisti; P. riesce a far percepire la continuità delle linee anche quando queste sono costantemente ‘rotte’ o spezzate da divagazioni ed esplosioni di rapide scale, arpeggi, pizzicati sulla tastiera e quant’altro. Il suono del suo arco è teso e vigoroso e anche nelle più complesse e dense digressioni non si infrange in legnosità e in sonorità confuse. Un’interpretazione agile e sicura…

Fabio Zannoni, L’Arena di Verona

… ci preme segnalare un altro musicista avendo presentato il quale la Società dei Concerti può sentirsi orgogliosa: il violinista G.P., esibitosi la scorsa settimana nel Concerto n. 1 di Paganini. A venticinque anni egli è un interprete completo, di grande autorevolezza sul piano tecnico e di singolare profondità sul piano espressivo. Preferiamo di gran lunga il suo suono luminoso e caldo, dalla cavata ampia senza essere aggressiva, alle esibizioni inanemente virtuosistiche di certi giovani prodotti dal vivaio russo. Del Concerto paganiniano egli ha risolto ogni scoglio, ma soprattutto ne ha stagliata la dimensione lirica e commossa. Un “canto” plasmato con elasticità, quasi il suono naturale respirasse, e una gran fantasia nel graduare la dinamica, anche in minime escursioni motivate dall’intenzione espressiva, permettevano di attingere tale esito…

Francesco M. Colombo, Il Corriere della Sera

… È stata una meraviglia la partecipazione – trasmessa all’orchestra – al «Concerto» K. 219, di Mozart, che il violinista G.P., così vibrante e limpido (ci ha ricordato il suono luminoso di Oistrach), ha sospinto in un forte palpito musicale. È un giovane violinista (ventidue anni) che ha poi mirabilmente rovesciato il suono di Mozart nel demonismo di uno spavaldo «bis» paganiniano….

Erasmo Valente, L’Unità

… Oggi, a vent’anni, G.P. [… ] si conferma un’autentica promessa, capace di suscitare il peno entusiasmo di Franco Gulli e di padroneggiare uno strumento difficile come il “Guarneri del Gesù” con sicurezza e pienezza di respiro…

Alberto Cantù, Il Giornale

….. e in registrazione

Il violino solista di G.P. è del resto in ogni sezione tagliente e misurato: non eccede nelle sonorità, eppure sovrasta sempre in maniera riconoscibile la compagine di fiati e percussioni, con una calibratura perfetta tra l’unico strumento a corda – che però è il main character – e tutti gli altri. P. realizza molto bene una sorta di vocazione di Weill alla freddezza espositiva dei numerosissimi disegni melodici e ritmici affidati al violino: le agilità, le volate, i trilli, sono enunciati con naturalezza, e con intensità crescente nel finale, ma senza compiacimento lirico o sentimentale. Sopra ogni altro carattere musicale predomina infatti l’intento architettonico, costruttivo dello spazio sonoro, secondo un approccio che meglio non potrebbe introdurre – nel seguito ideale che il cd propone – la suite di Stravinsky dall’Histoire du soldat.

Gianluigi Mattietti – GB Opera Magazine

… tre meravigliosi solisti. L’incontro tra i fratelli Pieranunzi e Carbonare sfavilla…

Angelo Foletto – La Repubblica

G.P., uno dei nostri maggiori virtuosi del violino, si è confrontato con Kurt Weill, Darius Milhaud e Igor Stravinskij in un disco interessante e assai particolare.

Anche il concerto violinistico di Weill, grazie alla sapiente e modulata direzione di Jeffrey Tate, ha permesso a G.P. di offrire un’esecuzione nella quale primeggia un pathos irrefrenabile, assoluto, che travalica, esonda i limiti stessi della composizione.

Andrea Bedetti – Video HiFi.com, numero 39

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