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IN EVIDENZA – Intervista per la rivista MUSICA

febbraio 15, 2015 |

rivista MUSICA“La doppia vita musicale di Gabriele Pieranunzi”

Dalla rivista MUSICA – Febbraio 2015
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Spalla del Teatro San Carlo, solista e camerista raffinato: la versatilità del violinista Gabriele Pieranunzi, che ha partecipato con Roberto Prosseda all’integrale della musica da camera di Mendelssohn per Decca, è davvero singolare nel panorama musicale italiano.

I suoi ultimi due CD, registrati con Decca e dedicati al Mendelssohn giovanile, hanno avuto un ottimo riscontro. Da dove nasce questo progetto?

Come spesso succede, è nato un pò per caso, dalla collaborazione con Francesco Fiore e Shana Downes: Decca ci ha proposto di incidere qualcosa nella formazione del trio d’archi ma, essendo questa una formazione un po’ desueta, abbiamo pensato di includere anche Roberto Prosseda, che era impegnato nel suo grande progetto-Mendelssohn discografico, e di affrontare i Quartetti con pianoforte di quell’autore, pagine bellissime e raramente eseguite, tanto che credo che la nostra sia l’unica integrale esistente.

Spesso, affrontando i lavori giovanili o addirittura infantili di un compositore, si è tentati di cercare i prodromi dello stile maturo. E` un discorso che regge, nel caso di Mendelssohn?

Io credo che ci siano delle tracce significative, e voglio fare un esempio concreto: nello Scherzo del Trio in do c’è un chiarissimo anticipo, nel ritmo e negli intervalli, del Sogno di una notte di mezza estate. Ma anche fra le opere 1, 2 e 3, ossia i primi lavori pubblicati da Mendelssohn, c’è un percorso evolutivo tangibile, un mondo che cambia in maniera rapidissima; quindi precocità e chiarezza
assoluta.

Oltre, immagino, a modelli chiaramente avvertibili: quali?

Gli studi con Welter e la formazione accademica di Mendelssohn sono molto chiari, così come l’influenza bachiana: né possiamo ignorare l’influenza dei suoi contemporanei, comeSchumann, che «inquinano» la serenità di base, come una cenere sotto la brace di una musica apparentemente imperturbabile.

Parliamo del suo strumento: come scrive il giovane Mendelssohn per violino? Nelle note dei due CD si fa riferimento anche a Paganini…

Io ricorderei anche Spohr, abituale frequentatore di casa Schumann e di casa Mendelssohn, grande violinista la cui influenza è percepibile in tutti questi lavori giovanili, incluso l’Ottetto: in quel periodo la tecnica del violino era ancora, sotto certi punti di vista, farraginosa, non si era ancora arrivati alla naturalezza paganiniana. Mendelssohn riesce a scrivere in maniera più trasparente di Spohr, per non parlare di Bazzini o Viotti: mi colpisce sempre l’equilibrio fra brillantezza e cantabilità, in una perfetta economia di mezzi. Nulla è di troppo, nulla è mancante.

Proseguira` questa esplorazione mendelssohniana in sala di registrazione?

La mia intenzione e` di incidere il Concerto «piccolo», quello in re minore, e il doppio, che con Prosseda vorremmo fare nella versione originale che contempla anche fiati e timpani, e non i soli archi. E poi vorrei affrontare i due Quintetti per archi, anch’essi desueti e ingiustamente sottovalutati, oltre che molto diversi l’uno dall’altro, uno giovanile ed uno maturo.

Lei e` spalla dell’Orchestra del San Carlo: cosa apporta questa esperienza alla sua carriera solistica?

Il mio percorso musicale è stato singolare: per anni ho lavorato come solista, e da 15 anni circa ho iniziato anche a suonare in orchestra, prima come ospite poi come spalla, dal 2004. Riprendere un’attività solistica dopo tanti anni d’orchestra è, se si considera l’esperienza dal punto di vista giusto, un arricchimento, perché in essa confluiscono tante esperienzee una nuova capacità di gestire il tempo; mi spiace solamente che in Italia si tenda ad etichettare i musicisti, classificandoli fra chi fa il solista, chi fa musica da camera, chi suona in orchestra. All’estero un violinista lo è e basta, a prescindere da dove si suona: non esiste nessuna diminutio, secondo me. Certo, è molto faticoso coniugare i due aspetti della professione.

Voglio provocare: oggi la qualità delle orchestre italiane è molto superiore a trent’anni fa, quando davvero un posto di fila poteva essere una sorta di «rifugio» per musicisti mediocri!

Forse è vero, però negli anni ’60-’70 al San Carlo la spalla era Aldo Ferraresi, a Santa Cecilia Aldo Stefanato (dove Rocco Filippini era primo violoncello), alla Rai di Roma suonava Gazzelloni: io credo che il pregiudizio sia un fatto più recente, degli ultimi 25 anni, e sta portando ad un affossamento della «classe media». E vorrei ricordare una frase di Sawallisch, che affermava che le orchestre italiane non sono certo organismi perfetti, che però passando dalla generale all’esecuzione pubblica possono diventare anche migliori dei complessi tedeschi o inglesi! Forse perchè gli italiani sono più creativi e umorali. Parlando della mia orchestra, quella del San Carlo, anche grazie all’opera di direttori stabili come Tate, il miglioramento qualitativo compiuto negli ultimi vent’anni è innegabile, benché io non concordi nel definire mediocre il livello antecedente questa «svolta»: noi italiani siamo abituati, troppo spesso, ad essere eccessivamente critici con noi stessi, cosa che fuori Italia generalmente non succede.

Nello scorso numero abbiamo intervistato suo fratello Enrico, che apparentemente svolge la propria attività in un ambito musicale molto lontano: avete collaborato frequentemente?

Abbiamo ovviamente una base comune e anzi il fatto che io suoni il violino lo devo a mio papà e a mio fratello Enrico (che ha vent’anni più di me), il quale poi mi accompagnò a lungo nei primi concorsi e nei primi concerti; abbiamo condiviso tanto, anche la tradizione romana della domenica costituita dai concerti a Santa Cecilia, nei quali ho ascoltato i massimi solisti del violino. In queste occasioni sono diventato una persona «seria», parola oggi desueta ma che amo molto. Poi sono diventato un professionista, e le nostre strade si sono divise perché in quel momento storico era impensabile l’incontro di un violinista «classico» e di un pianista «jazz»: deve considerare che allora i jazzisti erano in una sorta di ghetto, una condizione opposta a quanto abbiamo visto negli ultimi anni, quando molte società di concerti chiedono di ospitare musicisti che abbraccino generi diversi. Non voglio usare parole che non amo, come crossover o contaminazione, ma la sostanza è questa e da cinque anni circa io ed Enrico siamo tornati ad esibirci assieme: anche se ho l’impressione che il momento fertile si stia un po’ esaurendo.

Nicola Catto

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