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IN EVIDENZA – Paola De Simone – La quinta giusta – recensione

giugno 4, 2016 |

La quinta giusta

Fra classica e jazz, straordinario “effetto Gershwin” con i fratelli Pieranunzi e il clarinettista Mirabassi per la concertistica al Teatro San Carlo

Un originalissimo itinerario monografico da camera, una lezione-concerto assai preziosa, un fuoco di metamorfosi in equilibrio perfetto fra la grande classica e le improvvisazioni del jazz.La quinta giusta

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Comunque si voglia etichettare la meritatamente applauditissima performance in vario organico formulata e proposta, sul palcoscenico del Teatro San Carlo con il titolo di “Serata Gershwin”, dal violino di spalla della Fondazione, l’ottimo Gabriele Pieranunzi, dal rinomato pianista jazz Enrico Pieranunzi, fratello del musicista sancarliano, e dal formidabile clarinettista Gabriele Mirabassi (nelle foto sopra),  l’efficacia degli esiti interpretativi sono andati ben oltre le sia pur più felici aspettative. E, analogamente, per il senso stesso di un’indagine a tutto campo sul doppio volto dell’artista ebreo-russo naturalizzato americano, autore di alcuni dei massimi capolavori di svolta per la storia della musica moderna e purtroppo spentosi troppo presto. Ad incipit e a chiusura dell’articolato percorso d’ascolto, una doppia coppia di brani con l’insieme al completo dei tre solisti, impegnati nelle rielaborazioni ideate e realizzate ad arte dal Pieranunzi pianista e argutamente giocati tracciando prospettive tecnico-espressive distanti quanto dalle significative convergenze comuni. Preso, come da sua tradizione, il microfono in mano, Enrico Pieranunzi ha spiegato e dunque letteralmente accompagnato per mano gli spettatori tra le pieghe di un repertorio ben conosciuto ma dalle tessere eterogenee quanto, soprattutto, variato in soluzioni e colori molteplici tagliando e sfidando, ad ogni pagina, inediti traguardi, paletti di genere e confini sonori. Il tutto, svelando curiosità miste a tasselli di storia e a segreti della prassi musicale d’Oltreoceano.

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Primo brano in programma, le Variazioni su un tema di Gershwin scritte appunto dal pianista facendo tesoro di un temino tratto – come ha spiegato lui stesso, nell’occasione, al pubblico – da un foglietto presente fra i manoscritti e gli abbozzi di Gershwin saltati fuori a sorpresa da un baule ritrovato dopo la morte dell’autore e, più avanti, del fratello Ira Gershwin. Poi, Un Americano a Parigi, un “Ton poem”, ossia «un poema sinfonico ma un po’ filmico – ha proseguito Pieranunzi – che, dai previsti settanta, ottanta elementi in orchestra, qui ascolterete con noi tre soltanto. Dunque – ha azzardato divertito – a voi il compito di immaginare, attraverso l’ascolto, tutti gli altri musicisti». E, a dire la verità, della partitura orchestrale, fra i tre, c’era praticamente tutto: sonorità, effetti dinamici, ritmi, rumori, temi, armonie e, nel canto di Mirabassi, l’intero mondo di Gershwin. Nel violino di Gabriele Pieranunzi emergevano, invece, gli umori nostalgici, lo struggimento; mentre, nel pianoforte di Enrico, il compromesso estremo fra il rigore e la libertà, il battito cardiaco e il sostegno armonico leggibile nelle tanti parti in orchestra ma qui legame saldo per l’economia dell’insieme.

Itinerario d’effetto, dunque, quanto di grande intelligenza nel riuscire a filtrare attraverso i criteri di trasformazione e rielaborazione non solo le note dell’efficacissimo Gershwin, bensì le sue stesse idee da “chimico geniale”, come lo ha definito Enrico Pieranunzi, ben chiare nella sua mente e rimaste affidate ad articoli, appunti scritti, molto spesso in abbozzi nel passaggio da «pianista a gettone,song plugger per la Remick, a fondatore della  musica americana moderna».  Così su pari linea, al centro della performance, un arguto innesto fra due celebri songs (But not for me più I got rhythm) per clarinetto e pianoforte con un Mirabassi che improvvisa, passeggia, s’inerpica in funambolismi, si piega cavando il melos più intenso, dialoga e respira assieme alle note salde e veloci distillate dal bel pianismo di Pieranunzi. E ancora: l’ultimo brano di Gershwin Loved walked in, ascoltato per pianoforte solo in una proiezione chiaramente lanciata verso nuovi orizzonti, poi ancora due songs ma dall’opera nera Porgy and Bess versione Jasha Heifetz con i due fratelli Pieranunzi in forma e sintonia rare, di nuovo in tre per i Tre Preludi scritti secondo un progetto idealmente ispirato a Chopin. Un progetto che avrebbe dunque dovuto analogamente contare 24 capitoli a fronte dei sette realizzati, alla fine, e dei tre in ascolto pubblicati in vita. Al termine, una prima mondiale assoluta e senz’altro assai coraggiosa: la Rhapsody in Blue nella riscrittura mozzafiato di Enrico Pieranunzi staccata dal clarinettista con un’intensità fonica folgorante e magistralmente costruita, nota su nota, da tutti, con vette andate a conquistare uno dei risultati più alti sin qui registrati in stagioni recenti. In chiusura, applausi scroscianti e due bis: Impromptu in Two Keys e Melody n. 17: naturalmente, firmati George Gershwin.

Di Paola De Simone

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